Italicamente

Trattorie e cibi degli anni ’50 nei “Racconti romani” di Alberto Moravia


I Racconti romani di Alberto Moravia (1907-1990) furono pubblicati nel 1954. All’opera fu attribuito il Premio Marzotto. Insieme ai Nuovi racconti romani del 1959, costituiscono un vero “poema di Roma, dai testi che contengono meccanismi narrativi allo stato puro, ridotti al gesto, all’avventura, all’evento grottesco, curioso” (Giorgio Barberi Squarotti).

Numerosi critici si sono interessati a questi racconti rivelando quanto segue. Nello sfondo troviamo Roma del dopoguerra, con le baracche di periferia, ma anche con i suoi vicoli e i suoi panorami, dove si aggirano piccoli commercianti, camionisti, operai, barboni, ladri e teppisti.
Elemento comune è la penuria di denaro, caratteristica di strati sociali depravati culturalmente, attenti solo agli aspetti materiali della vita.

Comunque Roma, descritta nei dettagli, e apparentemente distante dalle figure proposte, è chiaramente il luogo del cuore dello scrittore, il fondale adatto alle prospettive neorealistiche, che la letteratura, il cinema e la pittura avevano diffuso negli anni Cinquanta.

In questa varietà di registri stilistici, dal drammatico, all’ironico, al comico, al paradossale, è possibile rinvenire anche storie che si ambientano nelle osterie e nei ristoranti economici. In una buona percentuale di racconti (tra i 62 della raccolta) le vicende si svolgono nelle trattorie.

In Pioggia di maggio viene descritta l’Osteria dei Cacciatori, alquanto malandata e rustica, ma collocata a Monte Mario, in vista dello splendido panorama di Roma, dove la gente a primavera andava a bere e per mangiare le fave fresche. Il protagonista, un cameriere innamorato di Dirce, figlia dello scorbutico e violento oste, viene stimolato da lei ad uccidere il padre, ma il piano fallisce.

La bella serata è l’ironica definizione di una fallita riunione conviviale in una trattoria di Piazza Indipendenza, dove il menù (almeno sulla carta) comprendeva: pasta asciutta, abbacchio, pollo, formaggio e frutta. La comitiva di bulli ordina gli antipasti, spaghetti all’amatriciana, abbacchio e pollo; solamente uno dei giovani insite per avere una minestrina in brodo. Il tutto è presentato in economia, mal cucinato e freddo. Come antipasto, nel piatto vengono sistemati due carciofini, una misera fettina di prosciutto e una sardina. Gli spaghetti freddi, il brodo che sapeva di fumo, il pollo secco e l’abbacchio tutto costole completano la discutibile cena e la serata finisce in una violenta rissa.

Anche la tragica vicenda de Il pagliaccio si ambienta nei ristoranti, però in quelli più raffinati del centro (Piazza di Spagna, Piazza Venezia, Trastevere), dove si esibisce Milone, un cantante da strapazzo con atteggiamenti da buffone, che si crede un grande artista. Avverrà, invece, in una povera osteria di Piazza Mastai (dove la gente si portava il mangiare nei cartocci e ordinava solo il vino) il ridimensionamento di Milone, sbeffeggiato dopo l’esibizione canora apprezzabile di un biondo con la tuta da meccanico. L’avvilimento e la depressione dell’uomo giungono a tal punto da spingerlo al suicidio.

Ancora un’osteria è il primo luogo dove un giovanotto tenta di spacciare un biglietto da diecimila lire falso. Nel locale, dalle parti di Via Cola di Rienzo, egli mangia di gusto spaghetti e agnello al forno. Al momento di pagare, però, non se la sente di rischiare e salda il conto con una moneta buona. Si deciderà ad esibire il biglietto al gioco delle tre carte, ove lo fanno vincere ricompensandolo proprio con soldi falsi.

Ne Il camionista assistiamo al lauto pasto di due personaggi, in un’osteria di Itri, a base di fagioli con le cotiche. Il pensatore opera al ristorante trasteverino “Marforio”, ben frequentato e di un certo tono, dotato di un vero e proprio menù romanesco (coda alla vaccinara, abbacchio alla cacciatora, pagliata, puntarelle e alici, fave al guanciale). Al cameriere succede un fatto strano: l’istintiva necessità di esprimere a voce alta i malevoli giudizi pensati sui facoltosi clienti. Dalla sua bocca esce tutta una serie di contumelie (burino, cafone e così via).

Ne Il picche nicche assistiamo all’organizzazione di un gustoso cenone di Capodanno tra commercianti con le botteghe nella stessa via. Ovviamente, chi vende generi alimentari è facilitato nel procurarsi ottime cibarie. C’è però un cartolaio che gioca un brutto tiro ai colleghi. Dopo i tortellini, il tacchino e lo spumante, egli scarta una busta contenente penne, quaderni e inchiostro.

Prepotente per forza è una scena di coltello, che prende le mosse da un’osteria di Porta San Pancrazio, dove i giovani si ubriacano dopo aver ordinato vino e ciambelle.
Ne Gli occhiali si precisa quale sia stato l’ultimo pasto di un assassino prima dell’arresto. Lo seguiamo mentre mangia con appetito un piatto di vermicelli con le alici e un piatto di bieta ripassata in padella.

La vita in campagna raffigura la malinconica esistenza di Attilio, in fuga da Roma, in una brutta contrada desertica dalle parti di Bracciano, dove è costretto a bere caffè allungato con cicoria, nonché a mangiare, ad ogni pasto, salame pieno di grani di pene, carne lardellata con aglio e fagioli al sugo.

Nel racconto Una gita una comitiva raggiunge Trevignano, con la prospettiva di un pranzo succulento, ma si deve accontentare di fave e pecorino.
Romolo e Remo narra l’incontro di uno spiantato e di un oste in bolletta, vecchi conoscenti, in una trattoria del Pantheon. Romolo, affamato ma senza soldi, si fa servire spaghetti al burro, filetto alla Bismark, insalata, pere e parmigiano. Approfitta, infine, del litigio improvviso dell’amico con la moglie per fuggire.

Come si può notare, si rintraccia in queste documentarie qualche descrizione delle vecchie osterie romane, quelle che spesso avevano la scritta “Vini e oli”. Al giorno d’oggi si sono trasformate in enoteche e wine bar e alcune mantengono un certo sapore di antico. Certo, gli avventori e il menù sono completamente mutati. Forse a Testaccio, al Ghetto, alla Garbatella o lungo l’Ostiense possiamo ancora ritrovare l’atmosfera descritta da Moravia nei racconti. Però la maggior parte di questi vecchi locali (per dirla con gli autori del tascabile Newton intitolato “Le osterie romane”) “ha vestito l’abito di ristorante di classe”.

Già pubblicato su “l’Apollo buongustaio” Editrice Pagine s.r.l. Roma 2011
Foto di copertina da “Non so perche non ho fatto il pittore: vita e libri di Alberto Moravia

Advertisements