Italicamente

Badi come parli :: Qua e là nel quotidiano abruzzese


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Illustration: ©ChiaraPuddu

E così, nuovamente in fila alle Poste, con un numero scoraggiante a segnare l’attesa del mio turno, decido di andare a sedermi nella “curva sud”, in mezzo agli anziani che già stavano parlando fitto fitto e in un dialetto arcaico.

Adoro la popolazione anziana abruzzese, quella verace, contadina, che attraverso volti segnati, mani gonfie di lavoro duro e occhi incredibilmente dolci e comprensivi, trasmettono così tanta dignità e fierezza. E adoro la capacità che hanno di coinvolgerti nella loro vita quando ne parlano come se tu fossi “di casa”.

Mi accolgono con sorrisi e saluti mentre mi siedo e la signora alla mia sinistra, sull’ottantina, mi fa capire che da quel momento sono “dei loro” con una pacca sul mio ginocchio. Sta parlando della figlia che lavora al nord e i vicini di sedie intervengono ognuno con la storia di un parente emigrato. Devo dire che ho faticato un po’ a seguirli perchè il dialetto era di quelli molto “stretti”.

Ascolto divertita la descrizione del nord che immaginano soltanto, come se stessero parlando di fantascienza. Poi la signora mi dice che lei non lascerebbe mai la sua terra, aspettando una qualche risposta da me. Le dico che la capisco, qui abbiamo mare e montagna e bla bla bla. Silenzio. Mi guardano fisso.

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Illustration: ©ChiaraPuddu

“Signurì, ma voi siete straniera? Da dove venite?”
“Dal nord”.
“Eeeeeh, allora nin zi capite niend di quill che seme ditt!!!”
“No, no, ho capito tutto, davvero, ormai sono più abruzzese che altro!”

E giù a prendermi bonariamente in giro e a scusarsi per la loro difficoltà a parlare italiano. E, momento straordinario, cominciano a fare a gara con i detti abruzzesi per mettere alla prova la mia comprensione. E tra lo sfottò e le risa, sono tornata con la memoria alla mia prima esperienza col dialetto lancianese.

Avevo 13 anni, appena trasferita da Torino. Papà mi accompagna in ospedale per le analisi del sangue. Sala di attesa. Caos.

Troppa gente. Un signore molto anziano si rivolge all’impiegato dietro il vetro per mostrare l’impegnativa in un dialetto a me ancora totalmente sconosciuto. Mi sorprende l’infermiere che si rivolge dando del tu all’uomo coi capelli bianchi, a voce molto alta, dandone per scontata la sordità.
Gli consegna una bustina e spiega che è un tampone rettale e che può accomodarsi nel bagno.

L’anziano è titubante ma si allontana comunque facendosi largo tra la folla alle sue spalle. Poco dopo riappare col tampone scartato tenuto in mano a mo’ di bandierina, la folla si apre inorridita e lui attraversa la sala con fare più deciso e si rivolge all’impegato / infermiere dietro il vetro:

“Scusate, ma nin zo capite a do’ laja mette’…”
L’infermiere, guardando fisso il tampone con sguardo allucinato: “nel retto.”
“A ‘ddo???”
“Nell’ano!”
“…giuvino’ nin zo capit!”
“L’ha da nzaccà ‘ngul! e da po’ l’ha da rimett nella busctin sennò c’ariesce li scurfane!!!”.

Avevo solo 13 anni, per la miseria.


Badi come parli!
Contenitore di pensieri, elucubrazioni, meditazioni… di Paola De Pillo
Illustrazioni di Chiara Puddu

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